MILANO

 

Estratto da "ODISSEA"  2019

Blog di cultura, dibattito e riflessione diretto da Angelo Gaccione www.libertariam.blogspot.it

 

 

sabato 9 marzo 2019

MILANO

di Luca Marchesini

 

Milano raccontata con incantata affettuosa meraviglia, da uno scrittore di particolare sensibilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Veduta di Corso San Gottardo

 

Sono nato a Milano da madre nata a Milano da madre arrivata a Milano bambina negli anni Dieci del Novecento. La mia matrilineare milanesità appare dunque ben consolidata e, se a questo si aggiunge che a Milano ho sempre vissuto, verrebbe da pensare che il mio stesso modo di essere e vedere le cose ne abbia risentito a fondo; che con questa città io sia insomma pienamente consustanziato. E invece.

Invece, per le sue strade, fra le sue case, mi sono sempre mosso un po’ con l’occhio del forestiero: subendone il fascino ma, appunto, come il forestiero, che fa magari una certa fatica a intendersi con la popolazione autoctona, ne parla a stento la lingua, ne sente in parte estranea la mentalità e nel quale tuttavia proprio tale impressione di lontananza genera una sorta di curiosità acuta, di incantato stupore.

 

Veduta aerea del quartiere Ticinese

 

Curiosità. Stupore. Nei confronti dei luoghi così come della gente: un binomio, tra l’altro, difficilmente scindibile, specie dove il tempo sembra essersi interamente trasfuso nello spazio. Penso ad esempio alle bettole che costeggiavano i navigli, il Naviglio Grande così come il Naviglio Pavese, ancora all’inizio degli anni Settanta. Non sto parlando della miriade di locali sorti in seguito, di fatto indistinguibili l’uno dall’altro se non per scelte estrinseche più che altro d’arredo. Parlo delle vecchie osterie, ciascuna delle quali aveva una propria storia e un proprio carattere, che di tale storia era il compendio; dove si poteva pensare che anche un secolo prima come ora si mangiasse alla buona, vuotando un bicchiere e parlando male del governo, e che come ora un popolano corpulento magari si alzasse tra i tavoli per intonare con voce di baritono un’aria d’opera o un canto di rivolta.

Tutta quella zona sembra d’altronde portarsi dietro il proprio passato, rappreso nei muri delle vecchie case, spesso ristrutturate all’interno, ma il cui aspetto ancora trasuda un’antica miseria. Basse finestre ad altezza di ginocchio nascondono seminterrati che un tempo dovevano servire da abitazioni. In ogni angolo, echi di moti insurrezionali ottocenteschi o primo-novecenteschi.

Difficile separare certi dati, che con fuorviante approssimazione si potrebbero definire oggettivi, da più personali suggestioni e onirismi di vario genere. 

Il forestiero, il viaggiatore in incognito, è sempre un po’ incantato.

 

 

Le tipiche case di ringhiera

 

Ma in fondo è questa stessa città a richiedere, per essere compresa, una certa ipertrofia dell’immaginario. Una città che ha i suoi tesori d’arte, talora anche seminascosti (entri in un anonimo portone e ti ritrovi in un cortiletto che scopri essere del Bramante), ma che non può certo competere, su questo terreno, con città ben altrimenti monumentali. Il fascino di Milano si cela semmai negli anfratti: qualcosa di segreto, capace di stimolare un interesse paraerotico più di una bellezza ostentata. Alcuni portoni che danno sul corso San Gottardo svelano vicoli inaspettatamente lunghi e tortuosi, veri e propri angoli di città rimasti incassati in antichi edifici. Altre volte, varcata la soglia, ti ritrovi invece in un cortile, oltre il quale non di rado se ne apre un secondo e magari un terzo: spazi che possono anche presentare caratteristiche per nulla simili, testimonianze di epoche diverse orizzontalmente sedimentate, fino a una ruralità ancestrale.

 

 

 

 

Uno dei due navigli di sera

 

Altrettanto se non più antiche sono poi le costruzioni che costeggiano il corso di Porta Ticinese, soprattutto dalla parte dei numeri pari. Cunicoli angusti e bui, ma di foggia elegante, dalla strada conducono a volte a spazi interni assai suggestivi, dove scale dalla balaustra in ferro si inerpicano perdendosi nell’ombra. È da questo lato del corso che si snodano alcune plurisecolari stradicciole, legate a vicende cittadine di vario genere: la via Scaldasole, sede di uno storico circolo anarchico, e la via Vetere, che trae il nome dal vicino convento delle Vetere ovvero delle vecchie, così detto perché vi avevano trovato rifugio le ultratrentenni (tutte indistintamente vecchie, secondo i parametri di allora) ai tempi di Federico Barbarossa, i cui soldati non pare andassero tanto per il sottile né dessero troppa importanza al femminile consenso.
 

 

Gli archi di Porta Ticinese

 

Ma è tutta la città a lasciar trasparire in ogni sua piega le stratificazioni del tempo. La stessa periferia è costituita in larga parte da antichi borghi, che la successiva espansione del tessuto urbano si è limitata a inglobare, mantenendone il carattere e la struttura. Da qui una sorta di naturale integrazione fra le diverse aree, un’organicità che, quando ero ragazzo, e della topografia locale non avevo una chiara visione d’insieme, mi faceva pensare alla mia città come a un mondo, perlopiù sconosciuto o conosciuto solo quanto bastava ad accendere la curiosità per le sue immense inesplorate retrovie; vicino e lontano insieme. Un mondo o piuttosto un organismo vivente, con le sue segrete connessioni, il suo serale scintillio, e un odore particolare, di notte, un sottofondo che nella stagione invernale tendeva a circondarsi di nebbia saturandosi poi, all’inizio dell’estate, di un’acquosa vegetale pesantezza, come una fermentazione di rose e foglie fradice.

 

 

Cortile fiorito sul Naviglio Pavese

 

La sola città in cui mi sembrava, allora, di poter vivere. Anche se poi quella che avevo in mente era solo la parte di essa che più mi era familiare e comprendeva, oltre al centro storico, la zona meridionale e sudorientale, da Porta Ticinese a Porta Romana o poco oltre, spingendosi sul lato opposto fino a Porta Genova, con il Ponte in ferro della stazione e il suo carico di memorie storiche reali o immaginarie, con le residue reali o immaginarie tracce di catrame, di carbone, di vapore sporco e, subito dopo la linea ferroviaria, il dedalo delle vie buie e attorcigliate fra bassi edifici che mostrano talora l’annerita crudezza del mattone.

 

 

 

Il vicolo dei Lavandai

 

Una città dalla monocromia solo apparente. Non mi riferisco ai colori pugno nell’occhio che qua e là vi sarebbero stati iniettati in seguito da taluni non luoghi o da qualche avveniristica scultura. Parlo proprio delle sue tinte tradizionali: del mattone, appunto, nelle sue diverse tonalità; del giallo di certi intonaci illanguidito dal tempo; del suo stesso grigio in realtà mai uniforme, pronto a scivolare nell’ombra fuligginosa delle rientranze, nell’umida trascuratezza dei sottobalconi, nel ferro denudato delle ringhiere, nel buio delle vecchie strade schizzato di sole. Una città che in certi suoi angoli sembra richiamarne altre. La via Brera per esempio, con i suoi antichi edifici e i numerosi locali, mi ha sempre fatto pensare a un ambiente parigino. È qui che s’affaccia, in mezzo a tanti altri caffè, il bar Jamaica, storico ritrovo di artisti e intellettuali fin dai primi anni del dopoguerra, con le piastrelle bianche alle pareti lasciate intatte. Ed è da qui che si diparte la via Fiori Chiari, tutto un susseguirsi di posti di ristoro, assieme all’opposta via Fiori Oscuri e a una fitta rete di vicoli che vanno a imbrigliare una zona in cui la città stessa sembra affondare le proprie radici: una zona che comprende alcune note istituzioni, come la Biblioteca, la Pinacoteca e l’Accademia di Brera, fino a lambire la sede storica del Piccolo Teatro, in via Rovello, e, sul versante opposto, in via Solferino, l’altrettanto storica sede del Corriere della Sera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uno scorcio di via Brera

 

Ma a conferire a certi luoghi un tocco parigino contribuivano anche, fino a qualche decennio fa, numerose edicole dei giornali dalla foggia tipica: costruzioni in ferro dipinte di verde, con il tetto aguzzo, simili a delle piccole pagode, che richiamavano alla mente certe loro consorelle francesi. In effetti ovunque si avvertiva allora un clima di apertura verso il mondo. Un clima che ben aveva sintetizzato Umberto Saba dicendo che in questa città, alla sera, invece di stelle si accendevano parole. Si accendevano parole, sì. Parole e anche tante luci. Cinema, teatri, gallerie pedonali: tutto uno sfavillio. Poco dopo il tramonto, insieme con i lampioni, in Piazza del Duomo prendevano a brillare, sulla facciata del palazzo antistante la basilica, le insegne pubblicitarie, l’omino del Brill, che soddisfatto si chinava a rimirare le proprie scarpe rossoraggianti, e il muto ticchettare di una dattilografa.

Una città con un respiro ampio, un po’ Parigi un po’ Vienna. Tutta la zona intorno a piazza Cordusio, e la piazza stessa, richiamano viennesi atmosfere. C’era un tempo, da quelle parti, un locale scuro, di legno scuro i tavoli legno scuro alle pareti, come una residua vinosa testimonianza del dominio asburgico. L’intera zona occidentale, d’altronde, nel suo versante meno periferico, da piazzale Aquileia fino quasi al di nuovo francesizzante Parco Sempione, ricorda a sua volta Vienna nell’eleganza degli edifici antichi e dei viali alberati, così come nella struttura stessa della rete stradale, dalle maggiori nervature alle sue propaggini ombrate talora da tigli plurisecolari.

 

 

Corso Sempione

 

E, poi, c’è, o forse c’era, anche una Milano un po’ russa. Certe case povere, estrema periferia. Una stanza e un sottotetto dalle pareti bianche, spoglie, con qualche macchia d’umidità. In un angolo il borbottare sonnolento di una stufa a kerosene. Una crepa, nel vetro di una finestra, ricoperta alla buona con della carta gommata. Ne filtrava una puntura di gelo invernale, presto collusa con l’odore del kerosene e la calda essudazione come di muffa dei muri umidi. La sera scendeva presto, azzurra. Nella stufa, una grassa fiammella oscillava, di qua, di là, come una serpe indolente. La misera stanza di Raskol’nikov, materiale combustibile a parte. Una strada non asfaltata si allungava pochi metri più in basso, un sentiero di ghiaccio e fango.

Milano. Con i suoi colori e i suoi odori. Quelle che ho conosciuto in gioventù erano le testimonianze di una civiltà preindustriale: travi fradice, carbone, fumi grassi dell’inverno, cuoio nafta pezza bruciata. La neve cadeva allora in abbondanza, trasformando il paesaggio urbano, e anche la nebbia era molto più fitta, in certe notti le lampade allo iodio la impregnavano del loro umore medicamentoso. Quel giallo denso, da tuorlo d’uovo però sterile: solo chi ha con questi luoghi consolidata dimestichezza riesce in genere ad avvertirne il potere di fascinazione, come un richiamo ancestrale.

Ma prima, prima: prima ancora della mia nascita. Le cose che mi sono state raccontate e che, pure, ho visto. I colori e i suoni della mia preistoria. I gridi delle rondini, d’estate, nel cielo di un caseggiato di ringhiera, in pieno centro cittadino. I giochi dei bambini ai Giardini della Guastalla o in una piazza del Duomo non ancora circumnavigata dalle automobili. Dappertutto, inconfondibile, l’odore dei pessitt, cioè dei pesciolini, minuscoli pesci (solo girini nella fase pisciforme?) pescati nei fossi e fritti nell’olio di lino (nell’olio di lino!) che le osterie alla buona offrivano con la polenta. E poi le discussioni semiclandestine negli anni del fascismo, e L’ora delle decisioni irrevocabili, e la città bombardata, e la ricostruzione, nel clima effervescente del dopoguerra, e, e, e.

 

San Cristofaro sul Naviglio

 

La mia prima casa: via Ada Negri 2; ma, al tempo della mia nascita, via Antonini 51/2, a quel breve svincolo non essendo stata ancora riconosciuta onomastica dignità. Ed ecco il tempo scorrere all’indietro, mentre lo sguardo si sposta verso quell’angolo di periferia: un po’ come quando si scruta lo spazio profondo e più vi ci si addentra più ci si approssima al big bang. La via Antonini: uno stradone che ancora in parte separa, ma assai più nettamente separava allora, la città dalla campagna. La città o piuttosto le sue recenti e non ben consolidate propaggini, precarie teste di ponte di un esercito in rapida avanzata. Una fila di palazzi, sorta di grigi casermoni messi di sbieco, uno di fianco all’altro, a formare mezza lisca di pesce. Dalla parte opposta della carreggiata, un sipario di edifici più o meno anni Venti, con il pianoterra occupato da negozi, e, subito dietro la sottile parete (una cosa tipo cittadina del far west, magari allestita in un set cinematografico), campi, rogge, cascinali. Ovunque un vago sapore di provincia americana, far, appunto, o middle west. La notte, d’estate, giungevano nella mia camera le voci degli avventori di una vicina osteria sghembe di vino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bellissimo campanile di San Gottardo

 

Case popolari. Lungo le scale, odori di cibi poveri, perlopiù del sud: frittata, peperonata. Anni di forti migrazioni interne. Lì, sulla prima rampa, stazionavano spesso i bambini, fra giochi e scambi di parole, talvolta sfidandosi in un temerario salto in lungo, chi cinque gradini chi sei, i più ardimentosi azzardandosi a sorvolarne ben otto, con uno scatto felino dal pianerottolo del piano rialzato. Tutto intorno, un camminamento e una striscia di prato con qualche albero, e la siepe di mortella a fianco della recinzione.    

I negozi lungo la via Antonini evocavano atmosfere dickensiane. Poco dopo la macelleria, con i marmi e l’odore di tutte le macellerie, c’era la rivendita di frutta e verdura: all’avvicinarsi delle feste natalizie, specie verso sera, un’immagine di vegetale opulenza punteggiata di rosso, di giallo, di viola. C’era la salumeria, col suo banco altissimo riparato da un vetro scuro in cui si specchiava il volto di un bambino. Mentre la moglie stava alla cassa, lui, il salumiere, non faceva che tagliare impacchettare e scrivere numeri direttamente sulla carta da imballo, con una matita che riponeva ogni volta dietro l’orecchio, con velocità da giocoliere. Una barra metallica tipo ventilatore, appesa al soffitto, con due strisce di carta oleata alle estremità, ruotava senza sosta, nel tentativo utopico di disconnettere mosche e salumi. E c’era la latteria, presidiata dentro e fuori da una sorta di nube, vaporosa sintesi di grasse essudazioni e frescura, fra latte e latticini vari, fra gelati che un apposito macchinario sfornava di continuo e insipidi e coloratissimi ghiaccioli. La vecchietta (ma poi chissà, forse solo una vetera) che gestiva il negozio insieme con le liquirizie e le gomme da masticare vendeva anche delle cosiddette sorpresine, buste microscopiche con dentro un cowboy di plastica o un indiano di plastica o un cavallo di plastica, non c’era scampo, quello che non si sapeva era solo quale delle tre cose si sarebbe trovata, però quel minimo d’incertezza, e quel nome evocativo, sorpresine, producevano nonostante tutto un eccitante senso di mistero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Ponte degli artisti in Porta Genova

 

America; un’America d’antan. Qualcosa che aleggiava un po’ ovunque: nel languore vagamente tomsawyeriano del campo sportivo (specie verso l’estate ne giungevano, con le voci dei giocatori, i tonfi attutiti delle palle da tennis) e, poco oltre, della piccola pasticceria Felisi; nei giochi semplici dei bambini nei viottoli; nello stesso aspro odore di caffè che una torrefazione diffondeva per tutto il quartiere; nell’orizzonte texano, solo cielo, che si apriva tra le rade costruzioni, fabbriche, uffici, oltre la via Ripamonti. Lontano, grigia nella distanza, la sagoma di un gasometro.

   Luca Marchesini

      testi teatrali - narrativa